Se un cristiano compie una cattiva azione la responsabilità è soltanto sua; se un ebreo compie una cattiva azione, la colpa ricade su tutti gli ebrei. Anna Frank, Il diario
Il bambino con il pigiama a righe Regia: Mark Herman
Con: Asa Butterfield, Jack Scanlon, David Thewlis, Vera Farmiga, Amber Beattle, David Hayman, Rupert Friend, Sheila Hancock, Jim Norton, Richard Johnson, Cara Horgan Distribuzione: Walt Disney Pictures
Un'invalicabile barriera di filo spinato percorsa dalla corrente elettrica ha precluso la libertà di milioni di ebrei orrendamente assassinati. Ma non ha impedito il fiorire di un'amicizia sincera e incondizionata tra due bambini di culture diverse e aliene. È questo il messaggio primario de Il bambino con il pigiama a righe, emozionante fiaba per immagini realizzata dal britannico Mark Herman (Grazie, signora Thatcher,Little Voice ), e prodotta dalla Walt Disney Pictures per la prossima uscita natalizia.
Tratto dall'omonimo best seller di John Boyne, appena ristampato in Italia da Rizzoli, il lungometraggio, ambientato nel 1943, durante il secondo conflitto mondiale, snoda la sua trama senza particolari deviazioni rispetto al libro, anzi, la regia di Herman è ben attenta a restituire la valenza soggettiva della vicenda raccontata dal punto di vista del giovane protagonista, Bruno (Asa Butterfield). È un ragazzino di otto anni, intelligente e spensierato, che abita in un'elegante villa nella zona residenziale di Berlino, con la sua famiglia e alcuni domestici.
Il padre (David Thewlis), un ufficiale delle SS appena promosso - da Adolf Hitler in persona - comandante di un campo di concentramento, viene festeggiato da parenti e amici, funzionari del partito nazista e alti gradi dell'esercito tedesco, nella propria casa, prima del trasferimento presso il lager. La moglie, Elsa (Vera Farmiga), che ha organizzato il ricevimento e il trasloco, ha più volte manifestato il suo dissenso a questo radicale cambio di vita paventando l'isolamento di Bruno e di Gretel (Amber Beattle), l'altra figlia di tredici anni. Ma come contraddire una disposizione del Fuhrer? Nella nuova residenza, in prossimità di una foresta e di una misteriosa fattoria, Bruno riesce a trovare qualche diversivo interessante al continuo viavai di soldati, uno dei quali, il tenente Kotler (Rupert Friend) gli risulta decisamente inquietante. Sconfiggerà la noia, però, grazie a un'altalena realizzata con un vecchio pneumatico legato ai rami di un albero, e soprattutto con l'esplorazione della boscaglia. Attraverso l'intrico delle piante raggiunge i margini di un lungo recinto elettrificato che si perde a vista d'occhio, da cui può osservare le baracche e un folto gruppo di uomini intenti a lavorare.
Tutti vestono una specie di pigiama a righe. Anche il bambino seduto tra i detriti dall'altro lato del reticolato, che nota lo stupore di Bruno, indossa quella strana uniforme troppo larga e sudicia per un corpo così esile e smunto. In breve i due stabiliscono una comunicazione, ognuno sforzandosi di non dispiacere all'altro: la solitudine è il principale nemico. Shlomo (Jack Scanlon) è un ebreo polacco deportato insieme alla sua famiglia dopo la forzata permanenza al ghetto della sua città. La sua richiesta di cibo è solo successiva al desiderio di rivedere il coetaneo.
Bruno ha finalmente trovato un fedele compagno di giochi. Appena riesce a liberarsi del maestro privato che il padre gli ha assegnato per compensare l'abbandono della scuola, si precipita, all'insaputa di tutti, all'appuntamento ormai consueto, al di qua della rete. La casa è, difatti, divenuta il regno del malessere e della discordia: frequenti sono le liti tra i genitori a causa di quella scomoda e sconveniente sistemazione; il fanatico Kotler ha dato più volte prova della propria malvagità, prima picchiando selvaggiamente il povero Pavel (David Hayman), un vecchio medico ebreo internato che in casa svolge ogni tipo di servizio, poi inveendo contro il piccolo Shlomo, utilizzato una tantum a pulire accuratamente i calici di cristallo, infine minacciando Bruno con tutto il disprezzo per gli esseri umani di cui è capace.
Mentre il rapporto tra i due bambini assume sempre più i connotati di un'amicizia solida e sincera, inversamente, la tensione aumenta ancor più nella famiglia di Bruno allorché inizia a trapelare la verità: l'acre fumo nero proveniente dalla fattoria è un chiaro indizio del fatto che loro stiano vivendo ai margini di un campo di sterminio. Elsa ottiene, alfine, dal marito, ostinatamente inchiodato al segreto sulla fabbrica della morte, la promessa di poter lasciare quei luoghi e ritornare in città.
Ma ormai Shlomo e Bruno si sono raccontati, hanno confrontato la loro diversità, si sono confidati la loro rispettiva sofferenza. Il piccolo ebreo rivela all'amico che il padre è scomparso dal campo da qualche tempo. Il giorno in cui la famiglia dovrebbe trasferirsi, Bruno decide di salutare Shlomo un'ultima volta, aiutandolo, tuttavia, nella ricerca del genitore. Così si presenta al solito ritrovo con una pala, mentre l'altro gli ha procurato un pigiama a righe che potrà indossare, per condividere finalmente qualcosa con lui
Certo, si fa fatica ad accettarlo, ma nonostante tutto, Il bambino con il pigiama a righe si svolge nei contorni di una favola. Come nel libro omonimo, o come ne La vita è bella l'innocenza dei bambini, la loro inconsapevolezza nei confronti del male, li porta a disconoscere le cause che l'hanno generato: l'odio razziale, il pregiudizio originato da un aberrante complesso di superiorità di carattere biologico, l'efferata violenza dei carnefici nei confronti delle vittime. Ma al tempo stesso l'angolo visuale infantile diviene specchio di una realtà familiare assolutamente tragica.
Innanzitutto perché le colpe dei genitori si riversano sui figli. Elsa, dominata dall'indifferenza, comprende troppo tardi che la nuova occupazione del marito non ha nulla a che vedere con la tradizionale attività militare; Gretel è ormai imbevuta della retorica nazista a causa della simpatia per il giovane e spietato tenentino; mentre il comandante del lager subisce una nemesi commisurata al proprio progetto di crudeltà, in un dramma che segna il suo fallimento come marito e come padre. E seppure il regista cerchi di universalizzare il messaggio sfumando i dettagli di carattere realistico pur presenti nel libro di Boyne, rispondendo così all'esigenza fiabesca, la forza simbolica della narrazione, i riferimenti storici che richiamano alla mente il genocidio degli ebrei, il campo di Auschwitz e il suo famigerato comandante Rudolph Hess, prendono prepotentemente il sopravvento.
Ecco perché quest'opera si propone come un'occasione didattica intensa e coinvolgente, specialmente per gli studenti della scuole medie e delle superiori. Da un lato la storia di un'amicizia contrastata e lo scioglimento finale solo parzialmente positivo; dall'altra l'orrore e il pathos che avanzano lentamente, ma costantemente, fino alle sequenze finali, alimentati da un montaggio in parallelo che accentua la tensione e la commozione.
La rappresentazione della banalità del male (Hannah Arendt), all'interno di contesti rassicuranti quali lo stato, la scuola, l'istituzione familiare, aiutano, inoltre, a comprendere un fenomeno così complesso e distante nel tempo come la Shoah. Pellicole come Il bambino con il pigiama a righe possiedono il pregio di rendere accessibile a un vastissimo pubblico quello che è stato una tragedia collettiva, affinché non abbiano mai più a ripetersi episodi così disumani di discriminazione ideologica e culturale, etnica e religiosa.
CLAUDIO LUGI Il viaggio della memoria.
Le bambine di Birkenau si raccontano alle scuole
Nel 1944 a Birkenau-Auschwitz la parola Kinder è stata tolta dalla circolazione. In effetti, non aveva ragione di esistere. Perché i bambini venivano eliminati via via che arrivavano. Oliver Lustig,Dizionario del Lager Anche a settant'anni Andra e Tatiana Bucci appaiono come due bambine. Affabili e semplici come due scolarette chiamate alla lavagna dal maestro, rispondono prontamente all'invito di Marcello Pezzettì, storico insigne e futuro direttore del Museo Italiano della Shoah che sorgerà fra qualche anno presso i giardini di Villa Torlonia di Roma, già residenza di Mussolini dal 1925 al 1943. Le due sorelle italiane, cattoliche di padre ed ebree di madre, provenienti da Fiume (l'attuale Rijeka), in Croazia, all'età rispettivamente di 4 e 6 anni, furono internate nel Kinderblok di Birkenau dopo il transito alla Risiera di San Sabba, sul finire del marzo 1944, a causa di un'ignobile delazione.
Oggi, 10 novembre 2008, ricorre il 70° anniversario dell'approvazione dei provvedimenti razziali antiebraici varati dalla dittatura fascista in Italia. Davanti a una platea di più di trecento tra studenti e insegnanti, giornalisti e autorità, le sorelle Bucci rivelano di portare ancora impressi sulle braccia i numeri 76482 (Andra), e 76483 (Tatiana). Le loro parole risuonano nell'ampio edificio delle docce e dell'immatricolazione detto Zentralsauna di Birkenau: Siamo orgogliose di portare questo marchio di riconoscimento. Non abbiamo mai pensato di cancellarlo perché non si deve dimenticare il passato. E bisogna anche guardare al futuro. Nostra madre ci faceva ripetere continuamente i nostri nomi affinché ricordassimo di non essere una fredda sequenza di cifre. Questo ci è stato di grande aiuto, perché al momento della liberazione molti bambini non conoscevano più il proprio nome... .
Il 28 marzo 1944 Andra e Tatiana, la loro mamma e la nonna Rosa, la zia e il cuginetto Sergio vennero deportati ad Auschwitz. Le bambine (insieme al cugino) superarono la selezione in quanto ritenute utili agli efferati esperimenti del dottor Josef Mengele, dal momento che da piccole erano somigliantissime; era dunque possibile che potessero essere considerate gemelle. Inoltre a Birkenau circa 700 bambini vennero tenuti in vita per questioni relative alla propaganda e utilizzati in vari filmati a documentare il trattamento umano riservato agli ospiti del campo.
Ciononostante molti sopravvissuti del lager polacco hanno negato (vedi citaz.ne) di aver visto bambini in giro, e lo stesso Primo Levi ne I sommersi e i salvati ha escluso questa possibilità perché i minori venivano avviati direttamente alle camere a gas. Per fortuna questo non è avvenuto alle sorelle Bucci. Giunte davanti alle baracche femminili e circondate nuovamente da decine e decine di studenti avidi e commossi, le due signore, incoraggiate dal solito Pezzetti, ricercatore del CDEC (Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea), così hanno continuato: Un giorno ci misero in fila dicendoci che chi avesse voluto rivedere sua madre avrebbe dovuto fare un passo in avanti. Noi rimanemmo ferme, qualcuno [la responsabile del blocco? n.d.r.] ci aveva avvertite. Nostro cugino si mosse. Non lo rividero mai più. Sergio fu trasferito al campo di Neuengamme, vicino ad Amburgo, insieme ad altri 20 ragazzini, e venne destinato a una morte atroce. Una sorte non dissimile era toccata alla zia e alla nonna Rosa, già all'arrivo ad Auschwitz-Birkenau.
Gli studiosi hanno stimato che su 200mila bambini giunti ad Auschwitz ne siano rimasti in vita all'incirca una cinquantina, uno ogni quattromila. Forse per via del caso o della robusta costituzione, della fortuna o del legame strettissimo che le univa, le due bambine Bucci sopravvissero fino alla liberazione del campo da parte dell'Armata Rossa avvenuta il 27 gennaio 1945. Dopo due anni passati in orfanatrofi e in case di riabilitazione tra Praga e l'Inghilterra, le sorelline si ricongiunsero finalmente al padre e alla madre, anch'essa miracolosamente scampata all'inferno. Oggi Andra e Tatiana sono due arzille settantenni felicemente maritate e con un certo numero di nipotini di cui vanno fiere. Come tutte le nonne.
E pur risiedendo una a Bruxelles (Tatiana), l'altra a Padova, non hanno mai cessato di fornire la loro testimonianza della terribile tragedia della Shoah. Da anni partecipano a manifestazioni pubbliche, a incontri nelle scuole in Italia e in Europa, dedicandosi specialmente alla formazione dei giovani e all'aggiornamento degli insegnanti, accompagnando gli studenti di mezza Italia. Stavolta hanno donato la loro umanità, il loro anelito di speranza e una memorabile lezione di dignità e civiltà a sessantadue scuole superiori di Roma e provincia.
Circa 320 tra studenti e docenti (inclusi due giovani di religione islamica e due di etnia Rom), appartenenti ai licei Giulio Cesare e Albertelli, Manara e Francesco d'Assisi, Agrario Sereni e Talete, II Istituto d'Arte e Tacito, Einstein e Dante, Marco Polo e Fermi, Scuola Germanica e Rossellini, e tanti altri istituti, hanno partecipato al Viaggio nella memoria, progetto del Comune di Roma per le scuole. Dal 9 all'11 novembre, come negli anni scorsi, docenti e discenti hanno visitato i campi di concentramento e di sterminio di Auschwitz-Birkenau, in Polonia, accompagnati dal sindaco Gianni Alemanno, dall'assessore alle Politiche Educative e Scolastiche, Laura Marsilio, dalle operatrici del Dipartimento XI, dai rappresentanti della Comunità Ebraica di Roma (CER) e dal presidente della stessa Riccardo Pacifici, dal già detto Marcello Pezzetti e dai reduci dei lager.
Tra questi ultimi, oltre alle sorelle Bucci, menzioniamo Samuele Modiano (78 anni), detto Sami e Shlomo Venezia. Il primo, ebreo italiano di Rodi, venne deportato nel luglio del 1944 con tutta la sua famiglia, a soli 13 anni, dall'antichissima e numerosa comunità (cancellata del tutto nei campi) dell'isola del Dodecaneso, insieme ad altri 2000 ebrei nostri connazionali. Dopo la liberazione Sami si chiuse nel silenzio e solo pochi anni fa ha iniziato a narrare la sua storia personale, quando è tornato ad Auschwitz-Birkenau per illustrare agli studenti romani l'orrore della Shoah.
La tensione e la commozione pervade il pubblico presente al racconto delle vicissitudini che portarono Sami, dopo un lunghissimo viaggio durato un mese, da Rodi ad Auschwitz. Ecco le sue solenni parole, pronunciate lo scorso 10 novembre a Birkenau, sotto un sole generoso e raro per il periodo, al cospetto di una platea di circa 400 persone davanti alle rovine del Krematorium 2, dove venivano asfissiati e arsi fino a 1500 esseri umani alla volta: Sono oggi in questo luogo per voi, perché mi avete dato il coraggio di ritornare qui, e voglio trasmettervi la mia esperienza affinché la possiate raccontare ai vostri figli. Non so perché sono sopravvissuto: può darsi che io mi sia salvato per parlare con voi. Sono qui affinché tutto questo non accada mai più.
Nato a Salonicco nel 1923, Shlomo Venezia, autore dello struggente memoriale Sonderkommando Auschwitz, edito presso Rizzoli, è l'unico in Italia, e tra i pochi al mondo, dei superstiti del Sonderkommando, la squadra di lavoro formata da circa 800 prigionieri letteralmente al servizio della morte, cioè occupata ad ammassare gli internati nelle camere a gas, strappare i denti d'oro dalle bocche dei cadaveri, far funzionare i crematori, suddividere e smistare gli averi dei deportati rimasti sui vagoni, bruciare gli oggetti inutili, ecc. Essi stessi erano destinati a morire, e ciò avveniva con matematica precisione ogni quattro mesi.
Shlomo Venezia inizia a parlare sulla Bahnrampe, il punto d'arrivo dei treni all'interno del lager di Birkenau, dove venivano smistati i prigionieri destinati al lavoro (il 25% circa) e i pezzi da inviare alla gassazione. Il suo racconto è lucido e circostanziato, ma per ragioni di spazio siamo costretti a riportarne una minima parte. In particolare citiamo l'episodio di un unico neonato rimasto ancora vivo dopo l'esposizione allo Zyklon b (l'acido cianidrico) nelle camere a gas: Un insistente vagito sotto la solita montagna di corpi nudi che con gli altri compagni ci accingevamo a smaltire ci fece trasalire. Si trattava di una bimba di circa due mesi rimasta ancora attaccata al seno della mamma morta. La portammo al militare tedesco di guardia. Lui le sparò un colpo secco alla nuca, con evidente soddisfazione
A sera incontriamo di nuovo le sorelle Bucci nella sala ristorante dell'albergo di Cracovia che ospita tutti i partecipanti al Viaggio della memoria. Comunico loro dell'imminente uscita nelle sale cinematografiche de Il bambino con il pigiama a righe. Loro annuiscono, conoscono già il libro. Andra afferma sicura che sarà un ottimo film. Poi Tatiana riprende: È una storia di amicizia, d'infanzia negata, una storia dalla parte dei bambini. Anche oggi soffro per ogni male fatto a un bambino: è come se fosse ancora fatto a me.